Fratel Emili Turú: «Siamo chiamati alla fedeltà, non al successo»
Guardare al futuro della vita consacrata con speranza

La recente nomina di Fr. Emili Turú, FMS, a consultore del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica offre l'occasione per uno sguardo ampio sulle trasformazioni che stanno attraversando oggi la vita consacrata.
Già Superiore Generale dei Fratelli Maristi e Segretario Generale dell'Unione dei Superiori Generali (USG), attualmente impegnato nella formazione e nell'accompagnamento delle Congregazioni attraverso Faith and Praxis for Global Leadership, Fr. Emili condivide, in un'intervista realizzata dall'Agència Flama, alcune riflessioni maturate attraverso la sua esperienza di governo, supporto e formazione delle Congregazioni religiose.
Dalla sfida dell'interculturalità alla diminuzione delle vocazioni, dal ruolo dei laici alla necessità di una leadership evangelica e sinodale, l'intervista invita a guardare ai cambiamenti in corso, non soltanto come a una perdita, ma anche come a un tempo di trasformazione e di speranza.
Pubblichiamo di seguito l'intervista per gentile concessione dell'Agència Flama:
D. Papa Leone XIV l'ha appena nominata consultore del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata. Come ha accolto questa nomina e che cosa significa per lei questo nuovo servizio alla Chiesa?
R. Per me è stata una sorpresa totale. In realtà, non sapevo nemmeno che esistesse un gruppo di consultori del Dicastero. D'altra parte, sono grato per la fiducia del Dicastero, con il quale ho già avuto occasione di collaborare in passato, in particolare durante i sei anni in cui sono stato Segretario dell'Unione dei Superiori Generali (USG).
D. Dopo tanti anni di esperienza nel governo dei Fratelli Maristi e nell'Unione dei Superiori Generali, quali ritiene siano oggi le principali sfide della vita religiosa nella Chiesa?
R. Credo che vi siano sfide permanenti, che hanno a che fare con la fedeltà a ciò che è essenziale in questa forma di vita nella Chiesa, così come al proprio carisma e alla propria missione, sempre in ascolto delle nuove necessità della Chiesa e del mondo.
Ve ne sono altre, invece, proprie dell'epoca storica in cui viviamo. Per esempio, la sfida dell'interculturalità, una realtà nuova per la maggior parte delle Congregazioni, oppure quella della diminuzione numerica e della perdita di rilevanza in molte società.
D. In molti luoghi le Congregazioni religiose stanno attraversando una significativa diminuzione del numero delle vocazioni e un invecchiamento delle comunità. Come dovrebbe affrontare la Chiesa questa nuova realtà?
R. Non è la prima volta che la vita consacrata attraversa un momento come questo. Se guardiamo alla sua evoluzione nel corso dei secoli, incontriamo periodi di confusione e di diminuzione che, in alcuni casi, portano alla scomparsa di alcune Congregazioni, ma anche periodi di purificazione e di maturazione per altre.
Come vivere questa nuova realtà?
D. Come?
R. Abbracciando la nostra vulnerabilità con serenità, con pazienza, con generosità. E con gioia, sapendo di essere nelle mani di Dio.
Qualche anno fa ho ascoltato una religiosa che, parlando della situazione di povertà e di limitazione che la sua Congregazione stava vivendo, diceva che questo permetteva loro, finalmente, di vivere ciò che erano chiamate a essere in mezzo alla Chiesa e alla società: una presenza evangelica povera.
D. Allo stesso tempo, la vita religiosa sta crescendo in alcune parti del mondo, soprattutto in Africa e in Asia. Che cosa può imparare la Chiesa occidentale da queste nuove realtà?
R. Ricordo che Papa Francesco, al termine del suo lungo viaggio in Asia e Oceania, riconosceva che, quando pensiamo alla Chiesa, continuiamo ancora a essere troppo eurocentrici o, come si è soliti dire, "occidentali". Ma in realtà — ricordava il Papa — la Chiesa è molto più grande di Roma e dell'Europa ed è persino molto più viva in quei Paesi nei quali le Chiese non fanno proselitismo, ma crescono per "attrazione".
La grande maggioranza delle Congregazioni religiose è nata in Europa e questo ha certamente segnato il loro modo di pensare e di agire, la loro stessa evoluzione. Oggi il centro si sta spostando verso altri continenti e siamo chiamati a essere molto umili e molto generosi nell'accogliere con gioia questa nuova realtà, lasciandoci destabilizzare rispetto a ciò che ritenevamo fossero aspetti intoccabili, quando in realtà non erano altro che frutto di una determinata cultura.
Vivere l'interculturalità non è facile, ma può essere altamente profetico ed esemplare in un mondo sempre più polarizzato e diviso.
D. Durante il suo mandato come Superiore Generale dei Maristi ha insistito sulla missione condivisa con i laici. Quale ruolo ritiene debbano avere oggi i laici nelle opere e nella missione degli Istituti religiosi?
R. Sento spesso parlare dei laici come dei "nostri collaboratori", un'espressione che suona un po' strana, quando essi rappresentano sicuramente più del 90% delle persone che portano avanti la missione nelle nostre istituzioni. In realtà, credo sarebbe più appropriato affermare che siamo tutti collaboratori dello Spirito.
Papa Francesco scrisse una lettera al Cardinale Ouellet, quando era Presidente della Pontificia Commissione per l'America Latina, al termine di uno dei loro incontri. In essa gli ricordava che i laici sono i protagonisti della Chiesa e del mondo, coloro che noi siamo chiamati a servire e non coloro dei quali dobbiamo servirci.
In effetti, i laici, in virtù del loro Battesimo, non hanno bisogno di chiedere il permesso a nessuno per portare avanti la loro missione di evangelizzazione.
Noi religiosi e religiose camminiamo al loro fianco, in modo sinodale, sostenendoli e dando loro gli strumenti perché possano assumere pienamente il proprio ruolo, evitando di cadere in atteggiamenti paternalistici.
D. Lei ha lavorato molto anche nell'ambito della formazione e della leadership. Di quale tipo di leadership ha bisogno oggi la vita consacrata?
R. Senza dubbio, di una leadership evangelica, ispirata a Gesù, che si mette a lavare i piedi dei suoi discepoli e dice: «Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi». È la "Chiesa del grembiule", come direbbe Mons. Tonino Bello. Una leadership di servizio, che dovrebbe essere la nostra "denominazione di origine" in tutta la Chiesa.
La nostra stessa esperienza di vita e il recente invito ad assumere la sinodalità ci ricordano che è finita l'epoca delle leadership in stile "Superman" o "Superwoman". È il momento di una leadership capace di convocare e coinvolgere, che sappia responsabilizzare gli altri affinché ciascuno assuma la propria responsabilità nella comunità ecclesiale.
D. Che cosa spera di poter offrire nel suo nuovo incarico di consultore del Dicastero?
R. Guardando l'elenco delle persone nominate consultori, mi sembra chiaro che si sia cercata una grande varietà di competenze. Nel mio caso, suppongo che abbiano avuto un peso la mia esperienza di governo, il periodo trascorso come Segretario dell'USG, così come il mio attuale impegno, attraverso Faith and Praxis, nell'accompagnamento e nella formazione di molte Congregazioni.
D. Quale importanza hanno oggi la spiritualità, la giustizia sociale e l'impegno verso i più poveri nell'identità dei religiosi?
R. Nell'identità della vita consacrata troviamo sempre intrecciati, fin dalle sue origini, questi tre elementi: spiritualità, o ricerca di Dio, fraternità e missione. Non sono elementi separati, ma intrinsecamente intrecciati. Quando ne manca uno, la nostra identità ne risente profondamente.
La spiritualità, o ricerca di Dio, ci dà radici e stabilità e assume forme diverse secondo i differenti carismi. La fraternità è il nostro modo di vivere ed esprimere il Vangelo, sempre secondo la tradizione di ciascuna famiglia religiosa. E la missione è la ragione per cui esistiamo nella Chiesa; è qui che entrano in gioco la giustizia sociale e l'impegno verso i poveri.
Alcune Congregazioni, come quelle contemplative, rendono maggiormente visibile la dimensione spirituale; altre, come le Congregazioni di fratelli, si sentono chiamate a "esagerare" la fraternità; altre ancora, come gli Istituti secolari, sottolineano la dimensione dell'impegno nella missione, immerse nel mondo. Ma tutti, assolutamente tutti, siamo chiamati a vivere intensamente, profondamente, tutte e tre le dimensioni.
D. Lei ha conosciuto da vicino diverse generazioni di religiosi. Che cosa pensa cerchino oggi i giovani che prendono in considerazione una vocazione alla vita consacrata?
R. È una domanda alla quale trovo molto difficile rispondere, data la grande varietà di contesti nei quali si muove la vita consacrata.
In ogni caso, credo che il fattore del "contagio" sia quasi sempre presente. La testimonianza di una persona o di una comunità agisce spesso come una provocazione e una chiamata a chiedersi: «E perché non io?».
Oggi è molto chiaro ai giovani che, per svolgere una determinata missione, per esempio nell'educazione o nel mondo della sanità, non è necessario entrare nella vita religiosa. Per questo mi sembra che sia la vita fraterna sia la spiritualità saranno fattori chiave nel prendere una decisione vocazionale.
D. Infine, quale messaggio vorrebbe trasmettere ai religiosi e alle religiose che guardano con preoccupazione al futuro delle loro Congregazioni e della vita consacrata?
R. Credo sia stato Tagore a dire che «se di notte piangi perché il sole non c'è, le lacrime ti impediranno di vedere le stelle». Se non facciamo altro che piangere e lamentarci perché le cose non sono più come erano anni fa, non riusciremo a vedere nulla di ciò che sta già emergendo come germogli di speranza che dobbiamo custodire, anche se forse non saremo noi a vederli fiorire.
Nella Vita Consecrata ci viene ricordato che siamo chiamati alla fedeltà, non al "successo" — che cosa significa, del resto, "avere successo" nella vita consacrata? —.
Fedeltà, pazienza, gioia, a cominciare da noi, i più anziani.
Si ringrazia l'Agència Flama per la gentile autorizzazione alla pubblicazione dell'intervista a Fr. Emili Turú Rofes e all'utilizzo dell'immagine.
